Cronache dal deserto

Abu Simbel e il sole nel santuario

  • Pasquale Barile
  • Pubblicato il
  • Fonti riesaminate nel

Due volte l’anno la luce attraversa il tempio maggiore di Abu Simbel e raggiunge il santuario. Architettura, orientamento e salvataggio UNESCO spiegano un fenomeno ancora sorprendente.

Ad Abu Simbel l’architettura non si limita a incorniciare la luce: la dirige. In alcuni giorni dell’anno, all’alba, i raggi del sole attraversano l’asse del tempio maggiore, percorrono le sale scavate nella montagna e raggiungono il santuario. Il fenomeno è spesso chiamato “miracolo del sole”, ma la sua forza nasce da un progetto molto concreto, fatto di orientamento, profondità e controllo degli spazi.

Un tempio scavato nella montagna

Il tempio maggiore fu fatto realizzare da Ramesse II nel XIII secolo a.C. in Nubia, sulla riva occidentale del Nilo. La facciata, dominata da quattro colossi del sovrano, trasforma la parete rocciosa in una dichiarazione di potere regale e divino. Accanto alle gambe delle statue compaiono membri della famiglia reale, in una scala gerarchica che mette il faraone al centro dell’intero programma.

Facciata del tempio maggiore di Abu Simbel con i quattro colossi di Ramesse II
La facciata del tempio maggiore di Abu Simbel, modellata come un’immensa soglia nella montagna.

Sopra l’ingresso una figura di Ra-Horakhty dialoga con il nome regale di Ramesse II attraverso un gioco di segni. La divinità è associata al geroglifico user, “potente”, e alla figura di Maat: insieme richiamano il prenome del sovrano, Usermaatra. Già sulla facciata, dunque, immagine, scrittura e identità regale si sovrappongono.

Il percorso verso il santuario

Dall’ingresso si entra in una grande sala scandita da otto pilastri osiriaci, con Ramesse II rappresentato nella forma di Osiride. Sulle pareti il racconto della battaglia di Qadesh celebra la capacità del faraone di ristabilire l’ordine contro il caos. Procedendo verso l’interno, gli ambienti diventano più piccoli e il livello del pavimento si alza: il percorso seleziona progressivamente l’accesso fino al luogo più sacro.

Sala ipostila del tempio maggiore di Abu Simbel con i pilastri osiriaci
I pilastri osiriaci accompagnano lo sguardo lungo l’asse che conduce al santuario.

Sulla parete di fondo del santuario siedono quattro figure: Ptah, Amon-Ra, Ramesse II divinizzato e Ra-Horakhty. La presenza del sovrano tra le grandi divinità del regno esplicita il tema fondamentale del monumento: la regalità di Ramesse non è soltanto politica, ma parte dell’ordine cosmico.

Il sole entra nel tempio

Intorno al 22 febbraio e al 22 ottobre, secondo le condizioni atmosferiche e il punto di osservazione, la luce dell’alba penetra nel tempio e raggiunge il santuario dopo un percorso di circa sessanta metri. Il fascio illumina progressivamente le figure di Amon-Ra, Ramesse II e Ra-Horakhty; Ptah, divinità legata a Menfi e al mondo ctonio, resta generalmente nella zona meno illuminata.

Le date possono variare di poco e non è prudente attribuire loro con certezza un significato preciso, come il compleanno o l’incoronazione del faraone. Queste interpretazioni sono popolari, ma non possediamo una fonte egizia che le confermi. Il dato più solido è l’allineamento dell’asse del tempio, capace di integrare il ciclo solare nel programma cultuale e politico del monumento.

Un rebus regale sulla facciata

Prima che la luce scompaia all’interno, incontra la figura collocata sopra la porta. Il rebus visivo combina Ra-Horakhty con i segni che richiamano user e Maat, costruendo un riferimento al nome di trono di Ramesse II. È un esempio particolarmente efficace del modo in cui la scrittura geroglifica poteva diventare immagine monumentale.

Figura di Ra-Horakhty sulla facciata di Abu Simbel con indicazioni iconografiche
La figura di Ra-Horakhty e gli elementi del rebus che richiama il prenome Usermaatra.

Il salvataggio UNESCO

Negli anni Sessanta la costruzione della diga di Assuan e la formazione del lago Nasser minacciarono di sommergere i templi. Una campagna internazionale coordinata dall’UNESCO rese possibile un intervento senza precedenti: il complesso fu tagliato in più di mille blocchi, trasferito e ricomposto 64 metri più in alto e circa 180 metri più all’interno rispetto al sito originario. Il nuovo rilievo artificiale riproduce la montagna e conserva l’esperienza spaziale del monumento.

L’orientamento fu ricostruito con grande precisione e l’ingresso della luce nel santuario continua a verificarsi. È diffusa l’idea che lo spostamento abbia ritardato il fenomeno di un giorno; in realtà, datazione moderna, rifrazione atmosferica e variabilità dell’osservazione rendono la questione più complessa. Il successo essenziale è un altro: il rapporto tra tempio e sole è sopravvissuto al trasferimento.

Fra intenzione e interpretazione

Abu Simbel mostra quanto sia sottile il confine tra osservazione e racconto. Possiamo misurare l’asse, seguire il cammino della luce e leggere il programma iconografico. Dobbiamo invece essere più cauti quando trasformiamo le date in anniversari biografici o attribuiamo a ogni dettaglio una spiegazione simbolica certa. Proprio questa cautela non riduce il fascino del fenomeno: lo restituisce alla straordinaria competenza degli architetti e degli artigiani egizi.

Fonti e approfondimenti